Anche tu hai già provato a creare un itinerario di viaggio con l’AI?
Ultimamente organizzare un viaggio sembra essere diventato incredibilmente semplice. Bastano pochi minuti, qualche ricerca, un’idea e hai già un itinerario pronto creato dall’intelligenza artificiale, ordinato, ottimizzato e da prenotare.
È comodo, gratis e richiede meno di 5 minuti. Vero.
Quindi ci ho provato anche io.
Mi sono messa giusto l’altro giorno, mentre tentavo di organizzare il mio imminente viaggio in Repubblica Dominicana: ho chiesto all’intelligenza artificiale di crearmi un itinerario che fosse personalizzato, costruito sui miei interessi, passioni, desideri e secondo i miei parametri e valori.
Devo essere onesta: il risultato è stato abbastanza deludente.
A parte alcune informazioni sparse che erano di una qualche utilità, il resto non è stato affatto soddisfacente. Questo non mi ha stupito per nulla, ma mi ha portato a fare alcune riflessioni che voglio condividere con te.
Da buona viaggiatrice che ama avventura, posticini nascosti e locali, e natura incontaminata, cerco sempre itinerari fuori dalle solite mete turistiche e località sconosciute o poco pubblicizzate, non per egocentrismo ma perchè sono quelle più autentiche e ricche di biodiversità caratteristica del luogo.
Da questo punto di vista ho notato che l’intelligenza artificiale è una pessima consigliera, per quanto specifico sia il tuo prompt, non è nella sua natura differenziarsi.
L’intelligenza artificiale funziona infatti in gran parte, raccogliendo e sintetizzando informazioni già esistenti nel suo database. Questo significa che quando chiediamo consigli su cosa vedere o dove andare, le risposte tendono a convergere verso ciò che è già popolare, smussato magari un pochino a seconda delle richieste e delle informazioni che l’algoritmo ha su di noi.
In altre parole:i luoghi più conosciuti diventano ancora più visibili e virali.
Questo succede perché vengono messe in evidenza quelle località che hanno dimostrato di avere più successo, in modo da ripetere questo stesso successo. Così facendo si crea una concentrazione sempre maggiore di persone negli stessi posti, negli stessi momenti. Non perché manchino alternative, ma perché quelle alternative emergono molto meno facilmente, o non emergono proprio.
Il risultato è un’amplificazione indiretta del turismo di massa, con viaggi più prevedibili e controllati, dove la scoperta spontanea lascia spazio a percorsi già tracciati, visti e rivisti.
Un itinerario creato con l’AI si traduce quindi in un percorso bellissimo, ma tutto fuorché personalizzato. Lo stesso viaggio (o uno simile) viene proposto a me, a te, e ad altri milioni di persone e questo porta ad un sovraccarico turistico che:
Alla fine, il tuo viaggio ha un’altissima probabilità di tradursi in una vacanza standardizzata, dove magari ti ritrovi su quella splendida spiaggia caraibica in mezzo ad una folla di turisti, rifiuti, caos e prezzi folli.
Poi mi sono resa conto di una cosa.
Hai mai notato quanto tanti posti che vedi online e sui social si assomigliano?
Non che sia un male di per sè, tutti amiamo acqua cristallina, punti panoramici perfetti, strutture immerse nella natura. Immagini bellissime ma anche molto riconoscibili.
L’AI e gli algoritmi imparano velocemente cosa attira l’attenzione, e tendono a proporre sempre contenuti simili, senza eccezione. Va da sé che in questo modo le nostre scelte di viaggio siano, più o meno consciamente, condizionate da ciò che vediamo ogni giorno, non soltanto a livello percettivo, ma anche se chiediamo direttamente aiuto ad una qualsiasi intelligenza artificiale per il nostro itinerario.
Ma c’è di più.
Sempre più spesso scegliamo destinazioni per come appaiono, perché instagrammabili, viste sul profilo di qualche creator oppure trovate a caso cercando su internet, senza approfondire e sapere ciò che però hanno realmente da offrire o raccontare, ma soprattutto senza considerare che un viaggio è un’esperienza 100% soggettiva e che per essere realmente perfetto deve essere costruito sulla base del viaggiatore e della sua personalità generale.
In breve, se vedo una foto stupenda di un monte innevato, con sorgenti termali non significa che quel bellissimo luogo sia adatto a me che potrei non essere allenata per arrivarci.
Senza contare che nel tempo, alcuni luoghi iniziano a trasformarsi per rispondere a questa popolarità: diventano scenografici, perfetti per essere fotografati e quindi meno autentici e sovrasfruttati. Un esempio lampante è la penisola di Kelingking in Indonesia, che per sostenere il flusso turistico e renderlo comodo e facilmente monetizzabile è stata rovinata con un mega ascensore che porta direttamente alla spiaggia (che prima era deserta e difficilmente raggiungibile).
C’è da ammetterlo però: uno dei grandi vantaggi dell’AI è la capacità di creare itinerari incredibilmente ottimizzati: tempi ridotti, spostamenti logici, tappe organizzate in modo efficiente.
Tutto funziona alla perfezione. Tutto fila senza imprevisti.
Da questo punto di vista può essere utile chiedere consiglio all’intelligenza artificiale per ottenere informazioni su spostamenti, trasporti e come ottimizzare le tempistiche, anche se questa efficienza maniacale rischia di impoverire gran parte del senso del viaggio.
Mi spiego.
Ognuno di noi ha preferenze, interessi, e necessità differenti e non è sbagliato un viaggio ben organizzato, così come non lo è uno completamente all’avventura.
Quello che fa la differenza realmente è riuscire a trovare un equilibrio tra pianificazione e libertà di cambiare idea, fermarsi più a lungo, cambiare una tappa, andare in un posto che ti ispira e non conoscevi. Il tutto senza stress, ansie, e paure che rovinano il viaggio.
Sono questi momenti a rendere un viaggio davvero memorabile, unico, ed emozionante, piuttosto che andare in luoghi sempre diversi ma vivendo lo stesso tipo di esperienze un po’ ovunque.
Un altro effetto meno evidente riguarda l’accessibilità.
Grazie all’AI, organizzare un viaggio richiede meno tempo, meno ricerca, meno sforzo. Questo è un enorme vantaggio che lo rende automaticamente più inclusivo e alla portata di chiunque.
Allo stesso tempo, però, riduce il tempo di preparazione, studio e connessione con la destinazione. Si prenota e si parte più velocemente, ma si arriva con meno contesto, meno informazioni e meno attenzione.
Un vantaggio pericoloso se ci pensi.
Perché porta a scarsa presenza e frenesia da viaggio e, quindi, maggiore esposizione al pericolo, minore attenzione all’impatto che lasciamo, non solo ambientale ma anche psicologico nelle comunità locali (specialmente in paesi con culture ampiamente differenti dalla nostra), e meno comprensione delle dinamiche locali che si traduce spesso in comportamenti fuori luogo.
Il fatto che non sia più necessario tutto questo impegno per programmare un viaggio, ne aumenta esponenzialmente la possibilità di essere un’esperienza poco significativa o addirittura totalmente negativa.
In un contesto sempre più veloce, organizzato e ottimizzato, scegliere di rallentare e sfruttare tutti i benefici dello slow travel diventa una scelta meno ovvia, meno automatica.
Questa sottile differenza l’intelligenza artificiale non la riesce a cogliere a pieno: fermarsi un po’ di più in un posto, osservare, entrare in relazione con le persone, con l’ambiente, con i dettagli. Vivere il momento e scegliere ciò che crea il momento che più si adatta a noi.
E’ una cosa piuttosto umana.
Ma è proprio quello che trasforma un viaggio da “ben organizzato” a davvero memorabile.
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In conclusione l’intelligenza artificiale non è da demonizzare, però sta cambiando il modo in cui viaggiamo e ci porta inevitabilmente a fare una scelta fra i percorsi sempre più globalizzati e standard, e lo spazio per ciò che non è logicamente calcolabile e la nostra parte emotiva.
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